16 Minute

Vitigni resistenti, territorio e reti d’impresa: perché abbiamo scelto di comunicare Resistenti di Nicola Biasi

24 Giugno 2026

C’è un momento, nel lavoro di un’agenzia di comunicazione nel vino, in cui ti trovi di fronte a un progetto e capisci subito che non funziona secondo le regole normali. Non ha una cantina sola, non ha un’unica denominazione da spingere, non ha un prodotto standardizzato da far girare nelle guide. Ha qualcosa di più complicato — e molto più interessante.
Resistenti di Nicola Biasi è così. Una rete di otto aziende agricole sparse tra Friuli, Veneto, Trentino, Piemonte e Germania, tutte coordinate dall’enologo trentino Nicola Biasi, tutte impegnate a produrre vini da vitigni resistenti alle malattie fungine — i cosiddetti Piwi. Dal livello del mare della riviera friulana di Albafiorita fino agli 832 metri delle Dolomiti di Vin de la Neu, passando per il Collio, la Valbelluna, i colli trevigiani e il Monferrato. Otto territori diversi, un’unica idea di vino.
Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, la domanda che ci siamo posti non era “come vendiamo questo progetto”. Era: come lo raccontiamo senza appiattirlo.

I Piwi non sono una moda. Sono una scommessa sul territorio.

I vitigni resistenti hanno una storia lunga e spesso dimenticata. Incroci sviluppati per ridurre drasticamente l’uso di fitofarmaci in vigna — fino al 90% in meno rispetto alle varietà tradizionali — che per decenni sono stati guardati con diffidenza dal mondo del vino “serio”. Troppo nuovi, troppo tecnici, non abbastanza romantici.
Nicola Biasi ha scelto di andare nella direzione opposta. Non solo ha piantato Piwi, ma ha costruito attorno a questi vitigni un sistema produttivo che mette al centro il territorio di ogni singola azienda. Bronner, Muscaris, Souvignier Gris, Cabernet Cortis: varietà diverse per terreni diversi, gestite con una viticoltura di precisione che tiene conto dell’altitudine, del suolo, del microclima.
Il risultato — e qui sta il punto che a noi interessa comunicare — è che ogni bottiglia porta dentro di sé un posto preciso. Non l’idea generica di “sostenibilità”. Un posto.

La rete non è un modello organizzativo. È una visione.

Otto aziende che lavorano come una sola: detto così suona come uno slogan. La realtà è più concreta e più fragile. Significa condividere protocolli agronomici pur avendo vigneti a quote e climi radicalmente diversi. Significa mettere in comune la ricerca e separare le identità. Significa che quando esce un vino di Colle Regina dai colli trevigiani e uno di Poggio Pagnan dalla Valbelluna, i due prodotti devono essere riconoscibili come parte dello stesso progetto — e allo stesso tempo inconfondibili l’uno dall’altro.
Comunicare questa tensione è il lavoro più difficile. E anche il più onesto.
Per PR Comunicare il Vino, Resistenti rappresenta esattamente il tipo di cliente con cui ha senso lavorare: uno che non chiede di essere reso più semplice di quello che è, ma di essere capito.

Perché scegliamo certi progetti.

Non è una questione di dimensioni o di notorietà. Lavoriamo con realtà piccole e con brand affermati, con cantine storiche e con produttori che hanno imbottigliato il loro primo vino tre anni fa. Il criterio è un altro.
Ci interessano i progetti che hanno qualcosa da dire sul territorio che abitano. Che non usano la sostenibilità come certificazione di facciata, ma come modo di stare in un posto. Che guardano al passato — ai vitigni dimenticati, alle tecniche agricole pre-chimica — non per nostalgia, ma per trovare risposte concrete a problemi reali.
Resistenti risponde a tutti e tre questi criteri, e lo fa in un modo che non è frequente: costruendo una rete. Non per fare economia di scala, ma perché certi territori parlano meglio se parlano insieme.

Cosa cambia quando comunichi una rete d’imprese vitivinicole.

Una cantina singola ha un’identità relativamente chiara da costruire. Ha un nome, un luogo, spesso una famiglia, quasi sempre una storia. Una rete di otto aziende ha otto storie, otto luoghi, otto voci — e deve trovare un filo che le tenga insieme senza appiattirle.
La sfida comunicativa che abbiamo abbracciato con Resistenti è questa: far emergere la coerenza del progetto senza cancellare le differenze tra le aziende. Albafiorita a sette metri sul livello del mare non è Vin de la Neu a 832. Non devono sembrare la stessa cosa. Devono sembrare parte della stessa scelta.
Questo vale per i contenuti editoriali, per la presenza sui media specializzati, per il racconto che facciamo agli operatori del settore e — sempre di più — al consumatore finale che cerca vini con un’origine precisa e una ragione di esistere altrettanto precisa.

Il vino che risponde a domande vere.

Chi sceglie un vino Piwi oggi non lo fa per caso. Sa, o vuole sapere, cosa c’è dietro. Vuole capire perché quella vigna in Valbelluna ha smesso di usare erbicidi, cosa significa fare viticoltura biologica a 832 metri in Trentino, in che modo un enologo riesce a mantenere una coerenza stilistica tra territori così distanti tra loro.
Sono domande serie, che meritano risposte serie. Non slogan.
Il lavoro che facciamo su Resistenti — come su tutti i progetti che scegliamo di portare avanti — è trasformare la complessità in racconto senza semplificarla. Qualche volta è più lento. Vale sempre la pena.

Tagged with :